E pensare che volevo strappare tutte le pagine del diario di Anna Frank.

E pensare che volevo strappare tutte le pagine del diario di Anna Frank.

Avevo circa sette anni ed ero tifosa di me stessa. Quelle pagine erano colpevoli di aver fatto piangere la mia mamma.
Non avrei mai pensato che mamma dopo tante ore di lavoro potesse avere il tempo di leggere Anna Frank e la sua amica immaginaria Kitty.

Mamma si presentò in camera nostra, era già passata almeno mezz’ora dalla nostra ora della nanna: io e mia sorella ovviamente eravamo nel pieno delle chiacchiere solo che lei, mamma, aveva lacrime agli occhi e questo me lo ricordo bene, come il diario di Anna. Mamma ci disse di avvicinarci a lei, voleva abbracciarci, disse, e noi lo facemmo di corsa, più per consolarla che per le coccole. Poi ci raccontò di avere appena finito di leggere il diario di Anna Frank. “Dovreste leggerlo anche voi, che siete fortunate e libere”, disse. Ricordo perfettamente come ci guardava: come se nonostante il lavoro, la casa e i problemi quotidiani lei volesse concentrarsi sui nostri cuori innocenti. Le sue bambine erano al sicuro dalla storia che sta in quel libro: poteva accarezzarle e ascoltare i loro capricci lasciando andare la stanchezza.

Quella sera ci raccontò di una ragazzina che ebbe un destino crudele eppure non perse la speranza. Provò anche – fu la prima volta – a spiegarci l’odio folle del razzismo. Ci disse che alcuni uomini avevo pensato di essere migliori per nascita rispetto ad altri. Pensai: allora l’uomo nero è esistito davvero nel passato. Come una fiaba lontana.

Intanto io mi sforzavo di immaginare cosa potessi fare per non vedere mamma piangere mai più. Volevo strappare tutte le pagine di quel diario.

Ma avevo sette anni. Io.

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