Perché al Festival del cinema di Roma non si fiata sulle molestie italiane?

Cosa c’è dietro i volti degli attori italiani, il gelo o la passione che hanno sempre interpretato con grande maestria? Ho sempre pensato che ci volesse empatia per interpretare il dolore sul set. E perché invece sento questo gelo da azoto liquido, da criopreservazione? Questo gas incolore, inodore come questo silenzio specialmente a Roma, specialmente alla Festa dove il cinema sta celebrando i suoi giorni.

Questo è agghiacciante. Perché al Festival del cinema di Roma non si fiata sulle molestie italiane? Stanno proteggendo l’amico? Sono tutti vassalli degli orchi? O sono tutti innocenti?

Quindi tutte queste ragazze che hanno parlato a Le Iene dei produttori nostrani sono pazze^ Le dobbiamo delegittimare con il silenzio? Si sono inventate tutto?

O gli dei dell’Olimpo non si possono scomodare a guardare negli occhi la situazione italiana per lanciare saette e tempesta che puliscano un po’?

3 pensieri su “Perché al Festival del cinema di Roma non si fiata sulle molestie italiane?

  1. Mentre scorreva il telegiornale odierno, avevo già deciso di inoltrare un errata corrige. Lo faccio ad ogni buon conto lo stesso: “…Con grande (grandissima) stima ed…”. Anche se, parlando in generale, non sempre ci prendi (spero mi scuserai se mi permetto di darti del tu). Spiace, fa un pochetto male, c’è un pò d’amarezza; soprattutto perchè non ci vorrebbe chissà che per mettere ogni tassello di verità al posto giusto. Ma credo di poterci fare poco o niente; peccato, almeno per quanto mi riguarda senz’altro è così. Comunque sia ci tenevo a trasmetterti quanto segue: brava!

    Cordialmente, Stefano M.

  2. Vedo che tutti parlano ma nessuno fa i nomi e questo non va bene, si protegge l’orco che invece se il fatto è vero andrebbe sbattuto in prima pagina, proprio come è stato fatto ad esempio con i due carabinieri che hanno violentato forse quelle due ragazze.

    1. Avendo sempre seguito con una certa assiduità, quando più e quando meno, ed imparato ad apprezzare Miriana Trevisan non ho motivo di dubitare circa la veridicità dei racconti facenti capo ad esperienze moleste/violenze legati a uomini da lei incontrati in passato, esplicitate per di più con tanto di dovizia di particolari assolutamente plausibili. E bene ha fatto secondo me, anche a distanza di circa 20 anni dai fatti, a far venire a galla a questione innestandola nel dibattito pubblico del paese, e non solo. Non capisco francamente quelle persone che dicono: vabbè, sono passati vent’anni… per non parlare di quelli che quando parlano di certi ambienti finiscono con l’etichettarli in maniera secondo me troppo semplicistica con frasi del tipo: sai in quel modo lì… come se “quel mondo lì”, dai confini e dai contorni peraltro non ben definiti, non appartenesse, non fosse parte, in qualche misura, un po’ di tutti noi. Inoltre, a parte il fatto che ciascuno di noi ha i suoi tempi ed, anche volendo, è molto complicato (per non dire impossibile) sindacare su quale lasso temporale sia congruo per una persona piuttosto che per un’altra con riferimento a vicende così delicate e complesse, il punto, a mio avviso, è: ha posto un tema di cambiamento vero che vale la pena portare avanti o no? Secondo me, sì. Altrimenti non si spiegherebbe la valanga di storie di donne che sono uscite allo scoperto nell’ultimo periodo raccontando i più disparati episodi di violenze e/o molestie. Al netto di qualche forzatura concettuale (in gran parte, corrette in corso d’opera), penso che più persone possibili dovrebbero schierarsi al fianco di Miriana Trevisan; perché su un cardine fondamentale del suo ragionamento tutti quanti, a mio avviso, dovrebbero ritrovarsi appieno: se abbiamo a cuore il cambiamento, inteso come un cambiamento di giustizia, che secondo me deve essere anzitutto culturale, dobbiamo creare un clima favorevole, proficuo che spinga il maggior numero di donne possibili a denunciare, etc. Tanto più nel suo caso, laddove non può essere tacciata in ogni caso di omissioni, avendo sempre detto di no a chiare lettere ai vari aguzzini, con conseguenti ‘opportunità lavorative’ (mi permetto di porre l’accento sulle virgolette che racchiudono le due parole precendenti) non negate a persone altre. Che poi, per inciso, ci si possa legittimamente interrogare (un giorno piuttosto che un altro) su come talune donne usino le libertà di cui giustamente godono, e che dovrebbero essere ampliate nell’ottica di un’effettiva parità di genere, è altra cosa. Fermo restando che nessuno è immune da errori, anche gravi; senza con ciò voler sottacere o minimizzare il fatto che, a mio avviso, sugli errori si deve riflettere, in maniera tale da mettersi nelle condizioni per poter fare tutto il possibile affinché non riaffiorino di nuovo.

      P.S: Quello che casomai trovo inappropriato ed in parte fuorviante è la pubblicazione di messaggi, ritengo sempre ascrivibili a Miriana Trevisan (se così non è, mi permetto di presentare, in anticipo, le mie scuse alla di lei Miriana Trevisan), che a mio modo di vedere presentano connotati offensivi per altri soggetti su determinati suoi profili social (in particolare, Twitter). Se il messaggio che, giustamente, si cerca di far passare in definitiva è: veniamo a chiedere maggiore rispetto nei confronti delle donne, a tutti i livelli, mi sarei aspettato di contro, per quanto mi riguarda almeno, maggiore prudenza ed attenzione dal personaggio pubblico Miriana Trevisan. Se parità deve essere, e secondo me deve essere, il rispetto vicendevole è basilare, con un occhio di riguardo che, a mio modestissimo avviso, va incentrato in direzione degli individui più deboli e più fragili.

      Con stima ed affetto, Stefano M.

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