Perché ho scritto un libro di favole

0-coverAllora.

Quando avevo dieci anni sognavo ad occhi aperti e (mi dicevano tutti) che avevo la testa tra le nuvole. E per questo racconto i miei sogni con le fiabe.
Perché ho imparato a risolvere i problemi della vita leggendoli almeno attraverso le lenti della fantasia.
Le persone che mi circondano sono piene di difetti, difetti perfetti per i personaggi delle mie fiabe.
Perché, in fondo, la realtà è per me una tela dignitosa e magica da colorare con la fantasia.
Molti interpretavano il mio silenzio come una “perfetta condizione” per lavorare in un “certo ambiente” (la tivù, eh sì) ma io sorridevo e sorrido a guardare loro, proprio loro così dipinti dalla mia fantasia.
Alcune volte era strano non accettare le critiche su gli altri, quelle critiche che per me sono ispirazione deliziose, per i miei personaggi e inevitabilmente per le mie fiabe.
Quando leggo un libro e trovo una parola, una parola così rara, ecco, allora mi sembra così saporita da non poterla buttare via, da doverci per forza creare una storia.
Ho sempre pensato che in ogni casa dovesse esistere un personaggio, un giullare, che raccontasse storie impossibili ma accoglienti per creare un’armonia e un silenzio perfetto per pensare al di là di tutto quello che così ovviamente sembra in superficie.
Ecco cos’è per me la fantasia: un granello di sabbia, di sabbia che si mescola, si mescola con tutta la realtà e poi alla fine diventa castello.
E la ricchezza del sapere è l’ingrediente indispensabile per cucinare la fantasia: il sapere nasce dall’amore per il mondo.
Mi piace trasformare ciò che vorrei in una fiaba.

E sono finita a scrivere un libro di fiabe. Semplice, no?

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